Nell’Ungheria post-democratica nessuno spazio alla libertà di informazione

Nell’Ungheria post-democratica nessuno spazio alla libertà di informazione

Il premier ungherese Viktor Orbán ha vinto tutto in quindici anni. È riuscito a mantenere un consenso che gli ha assicurato una maggioranza schiacciante, ha ottenuto una grande attenzione internazionale su di sé e sul suo partito, i risultati economici registrati sotto il suo governo non hanno paragoni con il ventennio passato. Tutti parlano di lui, nel bene o nel male. Eppure questa performance politica ha un prezzo che in molti sono disposti a pagare: la perdita della libertà d’informazione per come la si intende in un paese liberale. Di fronte alle nuove sfide del secolo, questa forma di libertà sembra non trovare spazio nella nuova concezione di stato che ha preso forma in Ungheria. 

La Fondazione Kesma

Secondo Reporter senza frontiere, l’Ungheria si trova all’87esimo posto dell’indice della libertà di stampa. La disastrosa situazione raffigurata è certificata anche dal Memorandum sulla libertà di espressione e libertà di stampa in Ungheria, redatto nel 2021 dalla commissione per i diritti umani del consiglio d’Europa. Il cambiamento significativo è avvenuto nel 2018, quando ben 470 organi di informazione sono stati acquisiti dalla Kesma, una fondazione che ha avviato questa operazione con il benestare di Orbàn. Il governo l’ha infatti giudicata di interesse nazionale in quanto renderebbe il sistema mediatico ungherese indipendente dai capitali stranieri. Intervenendo con un decreto, il governo ha fatto sì che le acquisizioni potessero essere esentate dal controllo da parte del garante della concorrenza e quello dei media.

I media nelle mani del governo

“Tutti i media pubblici sono nelle mani del governo e non danno informazioni equilibrate come un tempo. Non sto dicendo che tutti i governi non cerchino di influenzare i media, ma la situazione da noi è senza precedenti – ha dichiarato a #Noi Antimafia Katalin Szatmari, funzionaria del governo ungherese dal 2007 al 2016 – Ci sono delle fonti alternative, ma sono poche, non godono di finanziamenti pubblici e attualmente sono limitati a Budapest come raggio di diffusione. I messaggi politici sono costanti, arrivano tramite i social e le strade della capitale sono piene  di cartelloni con messaggi politici ridicoli. Nelle campagne ci si affida a risorse mediatiche tradizionali, come la tv, che sono tutte controllate dal governo. Il partito al potere ha un coinvolgimento locale molto forte. Nelle zone rurali i circoli sono importanti quanto i normali canali mediatici.”

L’effetto della post-democrazia

Era il 2004 quando il sociologo Colin Crouch pubblicò il libro “Post-democracy”, in cui ha descritto un fenomeno caratterizzato principalmente dall’aumento della concentrazione di potere nelle mani di un leader forte o di una élite ristretta. Nel suo testo  ha  delineato anche altri elementi della post-democrazia, come il crollo della partecipazione politica da parte dei cittadini, l’aumento di influenza della sfera economica e la diminuzione dell’indipendenza dei media, sempre più concentrati nelle mani di pochi proprietari che li usano per influenzare l’opinione pubblica. Sembra un quadro della situazione dell’Ungheria attuale. Il paese oggi è retto da Fidesz, un partito di destra radicale noto per le sue posizioni euroscettiche, anti immigrazione e sostenitore dei valori cristiani. La sua forza più grande è il consenso popolare molto forte, che ha permesso di raggiungere e mantenere negli anni la maggioranza dei 2/3 in parlamento, necessaria per poter modificare la costituzione e approvare alcune leggi (come quelle riguardanti l’organizzazione dello stato).

Libertà in cambio di stabilità

Viktor Orbán regge il destino politico ungherese dal 2010 e da quel momento tutto è molto cambiato. “Dopo l’entrata dell’Ungheria nell’Unione Europea nel 2004, lavorare nel governo ungherese era stimolante – ha detto ancora Katalin Szatmari – C’era l’opportunità che molte delle politiche promosse dai team di esperti potessero essere poi concretizzate dai politici. Oggi invece c’è un approccio più gerarchico, in base a quanto detto dai miei colleghi e amici che lavorano ancora per il governo”. Questi anni non sono stati solo caratterizzati da una forte stabilità dell’esecutivo, ma anche da dati economici che hanno favorito il consenso del premier. Secondo il report Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) del 2018, durante il suo governo il tasso di disoccupazione in Ungheria è sceso drasticamente, passando dall’11,3% nel 2010 al 3,8% nel 2017. Positivi anche i dati sul Pil, che nel 2018 è aumentato del 18% rispetto al 2010. Nonostante le numerose sfide che il paese ha dovuto affrontare, come la crisi energetica e il blocco dei fondi europei, l’Ungheria è riuscita a mantenere una certa stabilità. È il privilegio di non vivere nel caos che fa passare in secondo piano la libertà e l’indipendenza dei media.

Il momento in cui tutto cambiò

Balatonőszöd, 26 maggio 2006. Durante il congresso riservato del MSZP (partito socialista ungherese), l’allora premier Ferenc Gyurcsány ammise di aver mentito al proprio elettorato un mese dopo aver vinto le elezioni. Davanti ai suoi colleghi di partito, dichiarò di aver nascosto al popolo i propri piani di austerità, una politica economica che attraverso tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse mira a ridurre il deficit di bilancio (che si verifica quando le spese di un paese superano le entrate). Il suo discorso, mandato in onda il 17 settembre 2006 da Magyar Rádió, scatenò delle forti proteste e una crisi politica ritenuta da molti la più violenta dall’età post comunista. L’enorme sfiducia verso i socialisti, che seguì queste rivelazioni, spianò il campo a Fidesz. Alle elezioni politiche del 2010, Fidesz ottenne il 52,73% dei voti e con la sua coalizione raggiunse al secondo turno la maggioranza dei 2/3 (263 seggi su 386 nel Parlamento ungherese). Guardando al contesto europeo più ampio, vediamo che come in tutti i paesi europei, anche in Ungheria l’avvento delle forze di destra ha trovato la strada spianata: crisi sociale, economica e aumento della sfiducia verso i partiti di sinistra.