Brancaccio è un quartiere di Palermo, ma è come se non fosse Palermo. Brancaccio ha una storia a sé, chi ci cresce non si sente palermitano, ma brancacciotto. Un mondo dentro un altro mondo. In quel microcosmo ignorato da tutti, anche da chi se ne sarebbe dovuto occupare, è passata la Storia, quella con la esse maiuscola che viene ricordata per sempre. A farla è stata don Pino Puglisi all’inizio degli anni Novanta. Le sue azioni tanto piccole quanto profonde hanno inciso sul quartiere tanto da farlo sollevare in cerca della dignità che gli era stata negata. Come accade spesso in questa terra, la Sicilia, il finale non è dolce: Don Pino è stato ucciso da cosa nostra il 15 settembre 1993, giorno del suo compleanno, per ordine dei boss del quartiere, i fratelli Graviano. Giuseppe Carini. Il suo più fedele volontario non ha più potuto far ritorno a casa sua, Pino Martinez e sua moglie Rossella, che assieme a Mario Romano avevano fondato il Comitato Intercondominiale e lavoravano attivamente con Don Pino, hanno dovuto vendere la propria casa e lasciare il quartiere.
Lo scrittore siciliano Roberto Mistretta ha però voluto raccontare la storia di Giuseppe Carini nel libro “I miei giorni a Brancaccio con Pino Puglisi” e nel farlo è riuscito a restituirci il sentimento di speranza che padre Puglisi, con i suoi piccoli grandi gesti, l’amore e la capacità di ascolto, ha trasmesso a quella gente che si sentiva abbandonata. Il suo insegnamento non è stato perso nel vento e a provarlo c’è la vita stessa di Giuseppe Carini, un ragazzo come tanti a Brancaccio, fino a diciannove anni affascinato da cosa nostra, poi passato dall’altra parte e costretto a vivere sotto scorta e sotto un’altra identità da trentun anni come testimone di giustizia per aver indicato, insieme al suo amico Matteo Blandina, gli assassini del pregiudicato Francesco Bronte, un sacrificio che gli è costato caro ma che è direttamente figlio dello spirito civico che don Puglisi gli ha trasmesso.
Come hai scoperto la storia di Giuseppe Carini?
«Per caso anni fa. Nel ventesimo anniversario della morte di don Pino, mi era stato chiesto di scrivere un libro su padre Puglisi e mi rivolsi al giudice Giovanni Battista Tona, che conosco personalmente, e sapevo che era stato suo allievo spirituale alla Fuci, federazione universitaria cattolica. Lui mi disse: “Sì, io ho conosciuto padre Puglisi, sono stato un suo allievo però se vuoi veramente una storia forte, racconta anche quella di Giuseppe Carini”. Mi mise in contatto con lui e venne fuori la sua storia con don Puglisi, che venne pubblicata da un piccolo editore (Edizioni Anordest, ndr). L’editore poi fallì dopo aver pubblicato il libro di Salvatore Riina, figlio del capomafia. Infatti, molti librai si associarono alla protesta partita da due coraggiose sorelle libraie di Siracusa che esposero un cartello con scritto “qui non si vende il libro di Salvo Riina” e così le copie gli rimasero tutte invendute. Il mio libro “Il miracolo di Don Puglisi” ebbe quindi vita breve e io ci rimasi male anche perché avrei voluto portare avanti la storia di Giuseppe Carini. Nel frattempo, ho cambiato editore e sono entrato a far parte del catalogo delle edizioni Paoline e a loro ho riproposto il libro. Hanno accettato ma mi hanno detto di rivederlo e aggiornarlo e così ho fatto. Ho ricontattato Carini che è stato ben lieto di aiutarmi di nuovo, ho sentito il pubblico ministero Lorenzo Matassa che nel processo contro gli assassini di Puglisi ha scritto quell’arringa bellissima che mi ha autorizzato a pubblicare per intero in appendice e poi con Pino Martinez ho ripercorso i luoghi di Don Puglisi».
Di recente sei tornato a Brancaccio, pensi sia cambiata rispetto all’inizio degli anni Novanta?
«La sensazione sia di Carini che di Martinez, che ha dovuto lasciare casa sua, è che Brancaccio purtroppo non è cambiato. Non che il sacrificio di Puglisi sia stato vano, ma non c’è stata quella rivoluzione che si auspicava. Guardiamo ai fatti: Pino Martinez ha lottato tanto per il suo quartiere ma come tanti è stato costretto alla fine ad andarsene. Carini ha dovuto cambiare identità e vive ancora lontano dalla Sicilia. Se la situazione fosse cambiata loro sarebbero ancora lì. Anche il centro “Padre Nostro” la cui costruzione nel quartiere costò materialmente la vita a Puglisi, è stato chiuso. Adesso c’è un altro centro chiamato sempre Padre Nostro, una onlus che fa anche un buon lavoro, ci sono dei ragazzi che tengono aperta la casa di Puglisi, ma sono cose diverse rispetto a quello che faceva lui e come lo faceva. La Brancaccio che sognavano Don Pino, Martinez e quelli del Comitato Intercondominiale, ma anche Carini, non è stata fatta. Loro volevano che il riscatto venisse dalle viscere del quartiere e che gli stessi abitanti creassero gli anticorpi necessari a svincolarsi dal gioco mafioso. Ecco, questo purtroppo non c’è, si respira ancora oggi l’aria di sottomissione».
Perché questa rivoluzione non c’è stata?
«Dopo l’omicidio di don Puglisi, gli abitanti del quartiere speravano che la Chiesa facesse un gesto forte, avevano anche chiesto che il cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, gestisse ad interim la chiesa di San Gaetano, quella di padre Puglisi, ma non è mai successo. Come non è successo che la Chiesa si costituisse parte civile nel processo contro gli assassini di Puglisi, in modo anche da avere un risarcimento da spendere per il territorio di Brancaccio. Non costituirsi nemmeno parte civile vuol dire non volere più avere a che fare con la lotta alla mafia. E infatti anche il nuovo parroco di San Gaetano voleva fare le cose in maniera meno risolutiva di Don Pino, motivo per cui Martinez e Carini si sono anche scontrati col nuovo sacerdote. Il centro aggregante era Puglisi, senza lui, a parte Carini che è stato mandato via per essere protetto, gli altri si sono piano piano allontanati. La paura è un qualcosa che fa parte dell’essere umano e per vincerla devi poter contare sugli altri. Ma quando poi ti guardi attorno e sei da solo, il coraggio da solo non basta. La Chiesa dopo tanti anni ha fatto ammenda con don Pino, beatificandolo nel 2013, ma dov’era quando lui chiedeva somme o qualche altro aiuto per i ragazzi?».
Hai scritto tanto di antimafia, cosa hai provato scrivendo questa storia?
«Mi sono accostato a un’anima, quella di padre Puglisi e ho scoperto davvero come io amo chiamarli quelli che sono i siciliani per bene e ce ne sono davvero tanti. Don Pino ascoltava le persone e riusciva a capire il loro cuore. Lui era perennemente in ritardo e sfrecciava con la sua Fiat Punto rossa scassatissima come un pericolo pubblico, ma solo perché se avevi bisogno di lui, di parlare, non ti avrebbe messo mai fretta. Si sedeva e ascoltava e ti dava tutto il tempo che ti occorreva anche se aveva altri impegni. Perché questa era la caratteristica di don Pino, sapeva ascoltare, si immedesimava nell’altro in maniera empatica e l’altro si sentiva capito, ed ecco perché poi l’altro era disposto a fare tanto. Ti ascoltava, ti faceva parlare e faceva sì che tu trovassi dentro di te la forza per fare quella che è la cosa giusta da fare. I mafiosi hanno pensato di spegnere una fiammella e invece hanno fatto divampare un incendio, basta guardare a come se ne parla trent’anni dopo la morte. Don Pino ci ha dato l’esempio di una persona che muore perché vuole portare avanti qualcosa in cui crede fino alla fine e non si tira indietro».
Giovanni Tona nella sua prefazione dice che a padre Puglisi in vita non fu data nemmeno la patente di antimafioso ordinaria. Ci spiega meglio?
«In quel tempo l’antimafia ufficiale era un’altra. Era quella di chi andava in tv, o quella che leggevi sul giornale. C’era padre Emiliano Pintacuda, che era un po’ il teologo di questa antimafia, che diceva cose giustissime ed era un’antimafia molto intellettuale. Si facevano dibattiti, si facevano e si dicevano cose sacrosante, ma se le parole non sono seguite dai fatti rimangono solo parole. Tona ci ricorda che anche fare i manovali per portare dentro il materiale per la ristrutturazione del centro Padre Nostro, perché altrimenti gliel’avrebbero rubato, era fare antimafia. Andare a prendere la vara (carro sui cui vengono posti i santi in processione, ndr) dalla casa dei mafiosi era fare antimafia perché significava non dare legittimazione alla mafia, o mettere il cestino delle offerte all’entrata per impedire che il boss di turno elargisse pubblicamente un’offerta troppo generosa per pavoneggiarsi davanti a tutti quando i chierichetti facevano girare il cesto durante la funzione. Padre Puglisi faceva e faceva fare tutte quelle cose non per dimostrare che non avesse paura, non gli interessava la battaglia a tu per tu. Lui voleva fare il prete e occuparsi dei tanti bambini che vedeva per strada e li vedeva persi. Diceva sempre che con i bambini non si deve parlare ma dare l’esempio di vita».
Nel libro Carini dice una frase molto forte: «Quando c’è un problema cosa nostra non ci gira attorno […] i problemi li risolve, a modo suo. Lo Stato invece dilata i tempi, vanifica le attese, disillude […]. Lo Stato ha da farsi perdonare molto a noi testimoni di giustizia». Volevo un tuo commento su questo.
«La storia di Carini è assolutamente emblematica e rappresenta quelle che sono state le vicissitudini dei testimoni di giustizia. Il primo fu Pier Ivan Nava, che ha assistito casualmente all’assassinio del giudice Rosario Livatino e testimoniò in maniera assolutamente spontanea e divenne il primo testimone di giustizia quando neanche esisteva la legislazione per tutelarli. I testimoni di giustizia sono ben diversi dai collaboratori di giustizia. I primi sono persone incensurate che si ritrovano a essere testimoni di un fatto delittuoso e decidono di non voltarsi dall’altra parte. I secondi sono già in carcere per aver compiuto azioni delittuose e per avere uno sconto di pena dei benefici decidono di collaborare con lo stato. Quindi parliamo di due dimensioni completamente diverse. È chiaro che il testimone di giustizia, si aspetta dallo Stato, non dico i tappeti rossi, ma sicuramente una tutela assoluta per lui, per la famiglia. Si aspetta di non avere problemi economici e di avere un lavoro. Il fatto che Carini ancora oggi debba vivere lontano da Brancaccio è una sconfitta per lo stato. Carini dovrebbe poter vivere a testa alta a Brancaccio col suo nome e cognome. Dovrebbero nascondersi i mafiosi».