«Se un giorno vi troverete un po’ di polonio nel tè, sappiate che vi siete scavati la fossa da soli», aveva detto lo scrittore Nicolai Lilin in un video YouTube ad agosto 2024. Alludeva alla giornalista del Tg1 Stefania Battistini e al suo operatore Simone Traini, entrambi bersaglio di un mandato di arresto internazionale emanato dalla Russia. Avevano girato un servizio nella regione russa del Kursk, occupata durante l’estate dalle truppe ucraine. Chiunque fuggirebbe davanti a due eserciti che si scambiano colpi di artiglieria. Ma a una reporter di guerra serve coraggio e a Battistini non è mai mancato. Inviata nelle aree di conflitto, testimone dalla prima ora dell’invasione russa in Ucraina, oggi vive sotto scorta. Le è stata assegnata dopo le minacce subite dai sostenitori della propaganda filorussa in Italia. Tra questi c’era l’autore moldavo Lilin – naturalizzato italiano e candidato alle ultime elezioni europee nella lista di Michele Santoro, Pace Terra e Dignità – in seguito fuggito in Arabia Saudita dopo le segnalazioni delle unità antiriciclaggio per movimenti sospetti di denaro. E per presunti rapporti con i servizi segreti di Mosca.
Avevi già ricevuto minacce?
«Mai così massive. Durante l’emergenza Covid ero stata presa di mira, ma si trattava di poche persone che agivano da sole. Stavolta c’è stata una call of violence, tre, quattro, cinque soggetti di area filorussa che chiedevano ai loro follower di intimidirmi. Così sotto le minacce di Lilin sui social, ce n’erano altre migliaia nei commenti. Non si capisce se fossero persone reali o bot, ma su questa rete sta indagando l’antiterrorismo».

Ti ha sorpreso questa ondata di odio?
«In realtà no. È accaduto ad altri colleghi, come Jacopo Iacoboni della Stampa. Succede quando ti occupi di quei temi su cui i regimi hanno investito in propaganda. C’è un sistema di disinformazione che vuole screditare i giornalisti detti “mainstream”, che lavorano per le istituzioni».
Ma dalla disinformazione si è passati alla violenza.
«Propaganda e disinformazione sono un campo di guerra esattamente come quello navale, terrestre, aereo. Sapevo che queste dinamiche ti possono colpire se fai il corrispondente di guerra. Purtroppo va messo in conto, anche se è uno spreco di energie e dovremmo concentrarci solo sui fatti. Ma mi ha sorpreso di più la richiesta di arresto dalla Russia».
Perché?
«È la prima volta che viene chiesto l’arresto di un giornalista per queste ragioni. In genere si viene ritenuti persone non grate e non si può più rientrare in quel paese».
Sei preoccupata?
«Certo che mi preoccupo, ma il mio è un piccolo problema se paragonato alla guerra che ho coperto. Ciò che abbiamo visto è talmente enorme che l’aspetto personale si ridimensiona. Mi preoccupa però che un sistema giudiziario si attivi per reprimere la libertà di movimento dei giornalisti».
Hai raccontato cose che, secondo il governo russo, non avresti mai dovuto vedere. Che cosa?
«La Federazione russa non aveva comunicato di aver perso il controllo di Sudža, nella regione del Kursk. Non proprio un villaggetto qualunque, perché è l’ultimo hub dell’azienda statale Gazprom che porta il gas in Europa. La mattina in cui siamo partiti, le truppe cecene guidate da Ramzan Kadyrov dicevano di avere la città sotto controllo. Noi invece abbiamo mostrato di poter passare serenamente il confine ed entrare in territorio russo, senza che nessuno tentasse di fermarci».
E poi?
«Il silenzio intorno a Sudža. Si sentivano pochi colpi, niente a confronto con ciò che avevamo vissuto a Bakhmut. Nei primi giorni dell’offensiva ucraina, non c’era stata una grande reazione di Mosca per difendere la città. Nessuno Stato può rendere impermeabili 1200 chilometri di fronte. C’è sempre un punto debole».
Cosa è cambiato dopo quel viaggio?
«La mia vita da inviata. Mi veniva chiesto di partire all’ultimo minuto, immediatamente. Adesso devo programmare in anticipo ogni spostamento, è tutto macchinoso. E devo evitare i paesi che hanno una cooperazione giudiziaria con la Russia, come il Venezuela. Ma non ci sono certezze, perché non esiste una lista esatta dei governi che applicherebbero il mandato di arresto».
Ti pesa dover stare lontana dalla guerra che hai raccontato in questi anni?
«Certo. L’ho vissuta mese dopo mese, è tra le cose che conosco meglio. Mi dispiace, ma non potevo fare altrimenti. Se avessi fatto un passo indietro in Kursk ora non ci sarebbero questi problemi. Ma se fossi fuggita per paura delle ripercussioni personali, non me lo sarei mai perdonata».
Perché?
«Era una notizia storica, la Russia non era mai stata invasa dalla Seconda guerra mondiale. Non si poteva scappare davanti a una notizia così».