L’ex senatore Esposito: “Un’inchiesta costruita a tavolino per colpirmi, così il diritto diventa un’arma” 

L’ex senatore Esposito: “Un’inchiesta costruita a tavolino per colpirmi, così il diritto diventa un’arma” 

‹‹Un medico che sbaglia paga. Un ingegnere che sbaglia paga. Un magistrato che rovina vite con accuse infondate? Continua a fare il suo lavoro››. Comincia così l’ex senatore Pd Stefano Esposito la sua intervista a #Noi Antimafia in cui racconta il suo calvario giudiziario durato sette anni e finito con un nulla di fatto.

Come è iniziato tutto e qual è stato il punto di rottura che poi ha scatenato l’indagine? 

‹‹L’indagine è iniziata nel gennaio 2015 con un’iscrizione per 416 bis contro ignoti, senza indagati formali e intercettazioni su Giulio Muttoni, un mio caro amico, e sui suoi collaboratori per verificare presunti legami con la ‘ndrangheta. Essendo io molto vicino a lui, le intercettazioni hanno incluso centinaia di telefonate tra me e Muttoni, invadendo completamente la mia vita privata. Ad agosto 2015, i carabinieri hanno comunicato al pm che non esistevano prove di rapporti tra Muttoni e la ‘ndrangheta, ma invece di chiudere il fascicolo, l’accusa è stata trasformata in corruzione, e successivamente in turbativa d’asta. Nel 2020, il procedimento 416 bis è stato riaperto e questa volta formalmente rivolto contro Muttoni, pur senza alcun nuovo elemento. Da allora fino al dicembre 2023, non è stato svolto nessun atto d’indagine, ma l’azienda di Muttoni è stata colpita da un’interdittiva antimafia. Il vero punto di rottura è stata la sentenza della Cassazione, che ha trasferito il procedimento a Roma perché non di competenza della procura di Torino. Questo fascicolo avrebbe dovuto essere trasferito subito, ma il pm ha preferito trattenerlo. La Corte costituzionale ha poi emesso una sentenza decisiva, riconoscendo gravi irregolarità, confermando che qualcosa non tornava fin dall’inizio››.

Com’era il suo lavoro prima del processo?

‹‹Prima del 2018 ero parlamentare del Pd, ma dopo aver perso le elezioni, nel mese di marzo dello stesso anno, ho lasciato la politica attiva per avviare un’attività di consulenza. Tuttavia, l’indagine ha azzerato la mia attività. Il danno reputazionale derivato dalle accuse – corruzione, traffico di influenze e turbativa d’asta – mi ha tagliato fuori››.

Lei pensa che dietro le accuse ci sia stata una volontà precisa di colpirla politicamente, giuridicamente o economicamente? Se sì, chi avrebbe orchestrato tutte le accuse? 

‹‹Purtroppo, non ho prove concrete, ma le numerose violazioni emerse nelle accuse mi portano a credere che l’indagine sia stata costruita a tavolino per colpirmi. Se avessi potuto disporre degli strumenti che i magistrati e la polizia giudiziaria hanno utilizzato contro di me, avrei scoperto le prove di ciò che sto constatando. La Corte costituzionale stessa ha riconosciuto che l’indagine per 416 bis contro ignoti – già di per sé un’accusa discutibile – è stata preordinata, come cita testualmente la sentenza della Corte costituzionale, al solo scopo di ascoltare le mie conversazioni. Ed è stata la stessa Corte costituzionale a dichiarare per iscritto che non spettava alla procura di Torino e al pubblico ministero avviare questa indagine. Questa è una violazione gravissima. Nonostante le sanzioni contro il pubblico ministero e il giudice per le indagini preliminari, entrambi continuano a lavorare senza alcuna conseguenza. È emblematico come lo stesso pm, coinvolto in un altro caso noto a Torino (quello degli “spioni”), abbia visto crollare l’intera indagine per violazioni dell’articolo 15 della Costituzione, ma la innalza in prima fila durante la protesta dei magistrati contro la separazione delle carriere››.

Qual è la sua opinione riguardo la gestione di questa inchiesta da parte della procura di Torino? Che messaggio vuole rivolgere a chi ha condotto le indagini? 

‹‹Non ho messaggi da rivolgere al pubblico ministero, né intendo nominarlo, perché non gli riconosco alcuna dignità. La gestione della procura di Torino è stata illegale e illegittima. Sebbene la responsabilità diretta sia del pm e della polizia giudiziaria, anche i superiori hanno gravi colpe: il procuratore aggiunto, che avrebbe dovuto vigilare e invece ha firmato gli atti irregolari, e così anche i procuratori capo che si sono succeduti a Torino, si sono limitati ad avallare le violazioni senza mai intervenire. Mi preoccupa che il pm continui a usare gli stessi metodi, rovinando altre vite. Solo nel processo Spioni di Torino che citavo prima, 22 persone sono state coinvolte tramite sequestri illegali, già sanzionati 20 volte dalla Cassazione, ma ciò non ha impedito al pm di chiedere il rinvio a giudizio e si è arrivati così in udienza preliminare. In quell’occasione, il giudice dell’udienza preliminare ha fatto il proprio dovere, ma il problema resta: il filtro dell’udienza preliminare in Italia non funziona››.

Lei è stato sotto inchiesta per sette anni ma non si è mai dichiarato innocente. È corretto dire che il suo caso è stato archiviato solo per degli errori di procedura? 

‹‹Non mi sono mai dichiarato innocente, perché avrei voluto affrontare un processo per difendermi nel merito. In sette anni non ho mai avuto questa possibilità. Mi sono dovuto concentrare sulle gravi irregolarità procedurali, lasciando in secondo piano il contenuto delle accuse. Fortunatamente, i pm di Roma, pur senza ascoltarmi, hanno esaminato il merito delle accuse e, nelle dieci pagine dell’archiviazione, hanno smontato ogni condotta contestata. Hanno anche chiarito che le accuse, al netto delle intercettazioni dichiarate inutilizzabili, non reggevano neppure secondo il codice penale: non ho mai messo in vendita la mia funzione di parlamentare né compiuto atti contrari ai miei doveri. Questa archiviazione, legata alla sentenza della Corte costituzionale, mi ha permesso di uscire dal procedimento. Tuttavia, è stato un caso che mi sia andata bene: il lavoro che i pm romani hanno fatto avrebbe dovuto essere svolto dalla procura di Torino fin dall’inizio››.

Come ha affrontato i lunghi anni di indagine? E in quanti hanno dimostrato solidarietà nei suoi confronti?

‹‹Sono stati sette anni estremamente difficili, per me, ma soprattutto per la mia famiglia. I danni subiti dai miei figli e da mia moglie sono irreparabili e non vengono sanati. Per due anni ho fatto fatica a uscire di casa: quando costruisci tutta la tua vita sulla reputazione, un’accusa penale ti lascia senza nulla. Chi dispone di risorse economiche, come Berlusconi, può in parte difendersi, ma per chi non le ha, anche l’impatto economico è devastante. Oltre a perdere opportunità lavorative, devi sostenere dei costi enormi per affrontare una situazione che ti paralizza. La solidarietà, in questi casi, è rara. Pochissime persone mi sono rimaste accanto e so che ci saranno anche in futuro. Molti di quelli che mi hanno scritto dopo l’archiviazione erano le stesse persone che si erano allontanate durante l’indagine, cancellando il mio numero››.

Prima ha citato Berlusconi, spesso simbolo delle critiche verso una magistratura percepita come invasiva rispetto alla politica. Anche alla luce della sua esperienza, lei crede che questa vicenda sia la dimostrazione di un problema più ampio, ovvero un eccessivo intervento del potere giudiziario negli equilibri politici del nostro paese? 

‹‹Non intendo paragonare la mia vicenda a quella di Berlusconi e tengo a sottolineare che la questione non riguarda solo i politici. Nei tribunali italiani ci sono molti procedimenti, spesso invisibili al pubblico, che seguono lo stesso schema: persone coinvolte in indagini penali senza sapere perché. Questo accade perché i pubblici ministeri, pur commettendo errori gravi, rimangono impuniti e impunibili. Non ritengo utile la separazione delle carriere tra giudici e pm: non è il problema principale. Il vero nodo è la mancanza di responsabilità. In ogni altra professione, chi sbaglia paga. L’unica eccezione è rappresentata dai pubblici ministeri. Serve una riforma che introduca responsabilità civile per i magistrati, senza indebolire il loro ruolo, ma garantendo che chi sbaglia gravemente non continui a svolgere un lavoro che non è adatto a loro. Non è essere contro la magistratura, ma applicare un principio di buon senso e giustizia››.

Ha ancora un po’ di speranza per il mondo della giustizia e della politica italiana?

‹‹Ho forti dubbi che l’attuale classe politica sia in grado di realizzare riforme serie e non punitive nei confronti della magistratura. Non servono interventi simbolici o “riforme bandiera”, ma un vero riequilibrio dei poteri, un lavoro che richiederebbe un patto repubblicano condiviso da tutte le parti. Il garantismo, pur presente nella Costituzione, è ormai una parola vuota. In teoria, esiste la presunzione di innocenza, ma nella pratica i processi iniziano con un avviso di garanzia che sancisce di fatto una condanna mediatica. In altri ordinamenti, come in Belgio, vige la presunzione di colpevolezza, ma lì chi sbaglia paga. In Italia, invece, abbiamo processi lunghi, distruttivi e spesso basati su accuse che finiscono sui giornali, senza un reale ristoro per chi subisce ingiustizie. Anche le riforme recenti seguono una logica schizofrenica: aboliamo reati come l’abuso d’ufficio e ne creiamo altri 50, intasiamo procure e carceri con processi inutili. Non siamo né americani né inglesi, eppure tentiamo di importare modelli giuridici incompatibili con la nostra realtà. Lo scontro tra politica e magistratura è emblematico: due corpi dello Stato che si combattono pubblicamente, come dimostrato di recente con lo sciopero annunciato dai magistrati. Serve coraggio e zero ipocrisia per cambiare le cose, ma non credo che il nostro sistema politico abbia tali capacità.››

*La procura generale della Cassazione ha avanzato una richiesta di sanzione disciplinare nei confronti del pm di Torino Gianfranco Colace e della gip Lucia Minutella. Entrambi sono accusati di aver violato la legge sulle intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta ‘Bigliettopoli’, che ha coinvolto anche l’ex senatore Esposito. Secondo l’accusa, i due magistrati avrebbero utilizzato intercettazioni non autorizzate senza la preventiva richiesta di autorizzazione parlamentare, violando così le norme di legge. La difesa ha contestato l’accusa, sostenendo che tali intercettazioni non abbiano inciso sull’esito del procedimento. La decisione della sezione disciplinare del Csm è attesa per il 25 marzo e potrebbe rappresentare un ulteriore tassello nel lungo e controverso iter giudiziario legato a questa vicenda.