Per decenni Tor Bella Monaca è stata narrata come una ferita aperta nel tessuto urbano di Roma. Ma c’è una realtà che troppo spesso istituzioni e media sembrano ignorare: quella di chi, ogni giorno, lavora per trasformare il quartiere. Una comunità che non si arrende, che ricostruisce, che dimostra con i fatti che il destino di un luogo non è scritto nelle sue difficoltà, ma nella volontà di chi lo abita. #NoiAntimafia ha raccolto la testimonianza di Mario Cecchetti, direttore del Chentro sociale, uno dei punti nevralgici dell’aggregazione nel quartiere, per dare voce a chi ogni giorno si batte per attribuire nuovi significati alla periferia.
Il Chentro Sociale: dalla lotta per gli spazi alla costruzione di un futuro per i giovani

Mario Cecchetti ci ha raccontato la storia del Chentro Sociale che inizia nel 1993, quando un gruppo di giovani del quartiere decise di occupare i locali dell’ex fienile a Largo Ferruccio Mengaroni. “Non c’era nulla per noi a Tor Bella Monaca”, spiega Cecchetti. “Abbiamo voluto creare un luogo di incontro, di cultura, di dibattito: un punto di riferimento in un quartiere dove spesso i giovani si trovano senza spazi di aggregazione. Il Chentro ha ospitato eventi culturali come i cineforum e momenti di confronto sui problemi del territorio”. Nel 1995 la prima opportunità, la realtà del centro ha preso una piega decisiva con l’arrivo del progetto Urban, un’iniziativa dell’Unione Europea che prevedeva un investimento di 42 miliardi di lire per la riqualificazione urbanistica e ambientale del quartiere. Una delle condizioni fondamentali del progetto era il partenariato, ovvero il coinvolgimento diretto della comunità locale in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione. “Abbiamo capito subito che quella poteva essere un’opportunità per rafforzare il nostro ruolo nel quartiere, mettendo al centro la questione giovanile”, continua Cecchetti.




Il bando per l’ex fienile
Il percorso dell’ex fienile, però, non è stato lineare. Dopo la prima gestione legata al progetto Urban, nel 1999 la struttura è finita nuovamente nell’abbandono e solo l’occupazione da parte dei giovani del quartiere ha permesso di riaprire uno spazio che altrimenti sarebbe rimasto inutilizzato. Dopo anni di lotte, nell’ottobre del 2000, è arrivata una svolta: una coalizione di realtà associative – tra cui, oltre al Chentro Sociale, l’Associazione 21 Luglio, Asinitas, la Macroarea di Lettere e Filosofia, la Facoltà di Biologia dell’Università Tor Vergata, il Liceo Amaldi e altre scuole del quartiere – ha vinto il bando del Comune per la riqualificazione dell’ex fienile, con l’obiettivo di promuovere attività culturali inclusive. Tale riconoscimento ha segnato un nuovo capitolo per il centro e per il quartiere. Mario Cecchetti racconta, “Da quel momento, ogni progetto che abbiamo portato avanti ha avuto una domanda chiave alla base: ‘Può essere utile ai ragazzi del quartiere?’”.
Un impegno che cresce con il quartiere
Questa visione ha portato il Chentro Sociale a collaborare direttamente con le scuole del territorio, firmando una convenzione triennale con i tre istituti comprensivi di Tor Bella Monaca (Istituto Comprensivo Melissa Bassi, I.C. Via Acquaroni e I.C. Ponte di Nona Vecchio), sviluppando attività che sono diventate parte integrante dell’offerta formativa. Oltre all’ambito educativo, il centro ha stretto rapporti con le istituzioni vicine ai cittadini, come i servizi sociali, l’ASL, la psichiatria infantile e il tribunale dei minori, offrendo supporto per misure alternative alla detenzione.
Coloronda: il colore come riscatto sociale


Tra le iniziative più significative promosse dal Chentro Sociale c’è Coloronda, un progetto di street art nato nel 2018 con l’obiettivo di riqualificare il quartiere attraverso la partecipazione attiva di tutti gli attori del territorio. “Vogliamo rivalutare il bello e Coloronda è la giusta sintesi di una collaborazione tra scuola, territorio e istituzioni”, spiega Cecchetti. Il progetto ha voluto dare grande attenzione ai bambini, futuri cittadini del quartiere. “Abbiamo lavorato sodo per sviluppare percorsi di ‘baby’ street art e costruire una nuova toponomastica più a misura di bambino”, racconta Cecchetti.
I murales di Tor Bella Monaca tra arte, denuncia e identità
Passeggiando attraverso il quartiere, Mario Cecchetti ci ha illustrato il significato dei murales che stanno ridefinendo l’identità visiva di Tor Bella Monaca. “Non si tratta solo di decorazione – ci spiega – ma di un messaggio tangibile, un segno che chi vive qui vuole lasciare a chi osserva da fuori”. L’arte è divenuta uno strumento di resistenza e trasformazione, un ponte tra la comunità locale e l’esterno, anche se il dialogo con le istituzioni resta complesso. Ma iniziative come quelle promosse dal Chentro Sociale, dimostrano come la cultura possa contribuire alla riqualificazione del territorio. Come? Nel cuore di Tor Bella Monaca sono state individuate sei facciate nel comprensorio R8 di Largo Ferruccio Mengaroni, destinate a essere trasformate in enormi tele a cielo aperto.

Diamond – No Surrender
Il primo murales, firmato da Diamond, è un pugno nello stomaco. Una figura femminile con un coltello alla gola e, sopra di lei, la scritta “Tor Bella Monaca”. No Surrender è il titolo dell’opera, un chiaro messaggio per chi vive qui: non arrendersi, resistere alle difficoltà quotidiane. Il rosso, dominante nella composizione, richiama l’intensità emotiva e la durezza della vita di periferia, in netto contrasto con il nero delle ombre. ULTIMA PARTE TAGLIATA

Mosa One – Il muro e il bambino
Il terzo murales è firmato da Mosa One, giovane artista italo-egiziano che vive nel quartiere e collabora da anni con il Chentro Sociale. Il suo intervento si distingue per l’uso della calligrafia arabeggiante, che riempie la facciata e si apre davanti allo sguardo di un bambino intento a scavalcare un muro grigio. Un’opera densa di significati: la scrittura rappresenta il bagaglio culturale dell’artista, mentre il bambino è il simbolo della nuova generazione che cerca di superare i confini, reali o imposti, della periferia.
Una lotta continua: il difficile rapporto con le istituzioni
Se il Chentro Sociale è sempre stato ben accolto dalla comunità locale, lo stesso non si può dire delle istituzioni. “Essendo una struttura nata da chi e per chi è di questo quartiere, non abbiamo mai avuto ostacoli con i residenti”, afferma Cecchetti. “I veri problemi sono arrivati con le istituzioni, perché troppo spesso il loro intervento è rimasto sulla carta. Stanziare fondi che non vengono mai realmente investiti, promuovere bandi che poi vengono dirottati su altre iniziative, significa non affrontare concretamente i problemi del quartiere. Il risultato è che miliardi di lire e di euro sono stati stanziati senza che i problemi reali venissero risolti”. A ciò si aggiunge un’assenza totale del Comune nella gestione delle ristrutturazioni abitative: “Ci sono case che da anni sono in ristrutturazione, ma la gente ha dovuto fare da sola, perché l’amministrazione non è intervenuta neanche per la manutenzione ordinaria”. Eppure, nonostante questa mancanza di supporto, il quartiere ha sempre mostrato un forte spirito di partecipazione.
Le battaglie vinte
Le battaglie vinte sono tante: “Abbiamo ottenuto lo spostamento di un’area di servizio Autostrade con un McDonald’s che doveva essere collocato all’ingresso di una scuola. Il sindaco che propose questa idea alla fine si scusò con la popolazione. Abbiamo lottato per migliorare la viabilità del quartiere, per l’installazione di semafori dopo numerosi incidenti mortali. Tutto questo è stato possibile grazie alla mobilitazione della gente”.

Anche nel caso del Masterplan proposto dall’amministrazione di Gianni Alemanno, che prevedeva l’abbattimento delle torri di Tor Bella Monaca, il Chentro Sociale si è attivato per capire le reali intenzioni del progetto. “Alemanno è venuto qui a parlare con la comunità e noi abbiamo ascoltato, ma abbiamo anche dato voce al quartiere. Solo così siamo riusciti a far capire che la ricostruzione che promettevano non si sarebbe mai effettuata, e che il Masterplan non era una soluzione per il futuro dei residenti, ma un regalo ai costruttori”.
“Spesso siamo stati noi a fare da intermediari tra la comunità e le istituzioni andando oltre il ruolo di uno spazio culturale”, continua Cecchetti.
Le tre priorità per il futuro di Tor Bella Monaca
Cecchetti individua tre azioni fondamentali che le istituzioni dovrebbero attuare con urgenza: la ristrutturazione e manutenzione degli alloggi popolari, interventi necessari per garantire condizioni abitative dignitose ai residenti, riqualificazione degli spazi verdi, per rendere le aree pubbliche fruibili alla comunità e migliorare la vivibilità del quartiere e la creazione di opportunità lavorative per i giovani, incentivando l’occupazione locale. “Già solo avviando un serio piano di manutenzione, si potrebbero creare posti di lavoro per chi vive nel quartiere. Nessuno meglio di chi ci abita sa dove intervenire per migliorare gli spazi”. Attualmente, il Pnrr sta finanziando alcuni interventi sul territorio, ma l’impatto è limitato: “Si sta concentrando solo sul cappotto termico e alcune opere manutentive, ma servirebbe una visione più ampia, che parta dalle reali necessità dei cittadini”.