Botte e omertà, gli orrori della caserma Levante finalista al Premio Feltrinelli

Botte e omertà, gli orrori della caserma Levante finalista al Premio Feltrinelli

Come si fa a credere alla realtà quando è il potere che stabilisce cosa è reale e cosa no? Chi crederebbe a un ragazzo che denuncia chi indossa una divisa ma si comporta da criminale, fa arresti immotivati e inventa capi d’accusa? Su questa certezza si è potuto muovere, per anni, il sistema criminale che, negli anni della pandemia, ha retto la caserma Piacenza Levante, dove un gruppo di carabinieri, guidati, nonostante avesse soltanto il grado militare di appuntato, da Giuseppe Montella, ha venduto il rispetto della divisa a un’ossessione per il potere che somiglia molto alle dinamiche mafiose. Una storia di cui finora si è saputo poco ma che, con la nitida precisione di cronista di nera, e una penna elegante, Federica Angeli ha ricostruito in “Gli orrori della caserma Levante” Baldini+Castoldi, inserito nella cinquina del premio Inge Feltrinelli 2025, il cui vincitore sarà proclamato il prossimo 31 marzo. Un lavoro che tiene insieme un’acuta riflessione sulle perversioni del controllo e le dinamiche del potere, con la puntualità della ricostruzione giudiziaria, dalle prove ai processi che, grazie al lavoro della Guardia di finanza e della polizia locale di Piacenza, hanno visto alla sbarra quei carabinieri deviati. Gli stessi motivi, è facile immaginare, che hanno fatto considerare questo libro meritevole di far parte della cinquina finalista del premio Inge Feltrinelli, dedicato ai migliori testi di saggistica d’impegno sociale. Per questo abbiamo incontrato Federica Angeli. 

Da questo lavoro emerge, prima di tutto, la labilità del concetto di realtà quando agisce il potere.

Questa inchiesta, e quindi quello che ho voluto trasmettere nel libro, è proprio il concetto di realtà ribaltata. Soprattutto la mia generazione, i cinquantenni, hanno sempre pensato che la verità stesse dalla parte di chi indossa una divisa, dalla parte di chi esercita un potere. Oggi invece non abbiamo più punti fermi. Potrebbe veramente aver ragione il criminale su un determinato comportamento delle forze dell’ordine, anche se a priori non viene creduto in quanto già ghettizzato e messo dalla parte dei cattivi. Questo paradigma sicuramente ha incentivato il comportamento scorretto della banda della Levante: erano sicuri che della loro impunità, proprio perché indossavano una divisa››.

Da dove deriva, secondo te, l’uso della violenza che racconti nel libro?

‹‹È ovvio che stiamo parlando di mele marce, la stragrande maggioranza delle persone che fa la scelta di indossare una divisa, crede in quei valori. Però l’educazione militare passa da determinate regole. E c’è una parte di invasati che interpreta l’autorizzazione a disporre della forza come un prolungamento del proprio potere. Laddove non riesci ad arrivare con la legge, arrivi con le botte, i maltrattamenti. Di casi come questo parliamo più spesso oggi perché,  prima non si denunciava. Ma oggi non c’è più l’immunità di cui godevano le forze dell’ordine››.

Nel libro rifletti molto sull’ossessione del numero.

‹‹E’ la degenerazione di un pensiero, di un ordine che viene dall’alto che ha portato i sottoposti a trovare il modo di emergere, a farsi notare in base alla quantità degli arresti e i superiori a non porsi domande. C’è chi la interpreta così: “Nella peggiore delle ipotesi non hanno voluto vedere o non hanno voluto capire, nella migliore erano complici”. Io non so se è la peggiore delle ipotesi, non aver voluto capire come fosse possibile una tale mola di mole di arresti in una città estesa quanto un quartiere di Roma. Questo dimostra che l’idea di fare più arresti possibili, indipendentemente dalle modalità o dai motivi, viene dai gradi più alti. 

Non si capisce perché il numero di arresti in sé dovrebbe qualificare il valore di un carabiniere o di una caserma

‹‹Certo, ma chi fa questo lavoro per amore del mestiere preferisce un’indagine lunga, accurata. La modalità del “cotto e mangiato” della Levante dipende dalla convinzione di essere piccoli, di non avere chance di scalare le vette dell’Arma e quindi non accontentarsi del micro potere dei piccoli numeri. E si sono trasformati in criminali, come le persone che avrebbero dovuto perseguire, perché l’ossessione dei grandi numeri ha dato loro alla testa››.  

I carabinieri della caserma Levante di Piacenza

Il pm spiega di aver dovuto premiare personalmente chi ha arrestato i carabinieri della Levante. Un’altra dimostrazione delle posizioni dei capi?

‹‹Sono convinta che non è possibile che la scala gerarchica non sapesse. Nel libro racconto di un comandante che dopo i numeri portati al Comando Generale è andato in Burkina Faso in missione a 20mila euro al mese. Qualcuno non ha voluto vedere perché gli ha fatto comodo. Poteva immaginare, che dietro ci fosse una caserma con le regole capovolte, ma sicuramente non si è fatto domande sul perché. Sui premi, purtroppo c’è una enorme differenza di trattamento in ambienti militari tra ufficiali e gradi più bassi, e c’è un tema di credibilità se tu dal basso accusi. Uno degli avvocati, infatti, rileva che il suo assistito aveva pensato di denunciarli,  ma la prima cosa che accade in questi casi è che ti trasferiscono per incompatibilità. Del resto, l’unico graduato è stato reintegrato immediatamente in un ufficio logistico. Cosa ha subito? Niente››.

Perché hai voluto dar voce a questa storia?

‹‹Oltre a raccontare una storia drammatica, passata in sordina perché il Covid ha nascosto tutto, questo libro ha l’ambizione di squarciare un velo su quello che avviene in un ambiente che funziona molto in base alle sue regole››.

Questo è un premio intitolato a Inge Feltrinelli: in questa storia ci sono anche voci femminili significative? 

‹‹La pubblica accusa la gestisce brillantemente una donna, la procuratrice capo. Un’altra figura femminile, per quanto poco enfatizzata da me nel libro è la vigilessa che ascolta le angherie intercettate dal telefonino di Montella. Manca tra i carabinieri forse perché, malgrado le donne siano entrate in tutti i corpi militari, le troviamo poco in ruoli apicali. Chissà se una donna al comando avrebbe reagito diversamente… Ma forse  un ambiente contaminato alla fine avrebbe contaminato tutti››.

Com’è stato lavorare su quell’inchiesta e poi sul libro nel periodo del covid?

‹‹Mi aveva stupito, giornalisticamente, e turbato, il fatto che dessero a una notizia del genere solo una rilevanza locale. Abbiamo sentito veramente poco di questa storia. Secondo me invece la prima caserma d’Italia sequestrata come la villa di un boss, è decisamente una notizia››.

Come hai costruito il libro, tessendo da scrittrice un’inchiesta giornalistica e un’enorme mole di documenti?

‹‹La prima stesura è stata da cronista, bisognava mettere in fila dei fatti raccontati poco e male. Scegliendo di non dar voce alle vittime, ad esempio gli stranieri picchiati, perché c’era il rischio del pregiudizio che avrebbe portato a una messa in discussione della validità di quello che loro raccontavano. Del resto, stiamo andando verso il razzismo, no? I facili stereotipi… una prospettiva che facesse valutare l’operato dell’intoccabile con la divisa. Così ho messo in fila i fatti, le interviste, accusa e difesa, col mio lavoro di cronista imparziale. La scrittura invece ha richiesto più tempo perché mi sono divertita nell’esercizio della prosa, nella ricerca di immagini che ammorbidissero la violenza e la durezza di quello che era accaduto, cercando insomma di alzare il livello di un qualcosa di becero, fastidioso. Ho voluto compensare, con una prosa semplice ma ricercata nella costruzione, la violenza e l’immediatezza di un volgare capovolgimento di ruoli e della realtà da parte di chi dovrebbe tutelarci e invece si è fatto criminale››.

Colpiscono i toni diversi con cui alcuni avvocati si esprimono e le differenze nel loro approccio. Che impressione ti hanno fatto e come li giudicheranno i lettori?

‹‹Quando ho scritto il libro molti degli accusati erano ai domiciliari o in carcere e non potevano parlare con fonti esterne. Però mi sembrava necessario fornire un quadro completo ai lettori che non avevano seguito il processo, riportare una dimensione in cui anche gli imputati apparivano come esseri umani. La loro prospettiva era inevitabilmente quella dell’avvocato. Io non mi stupisco più neanche del senso di immedesimazione che a molti di loro fa parlare al plurale. Ma si coglie bene la differenza tra uno e l’altro: come si esprimono, come hanno affrontato il processo. Tra chi vuole primeggiare, ha rilasciato l’intervista per vanità. La finalità ultima è stata quella di riportare anche il punto di vista degli imputati… e come farlo se non attraverso i loro legali?››.

Poi ci sono le voci di chi è rimasto fuori dalla dinamica criminale, di chi fa dei distinguo nelle responsabilità e di chi lavora sempre bene. Una parte del sistema che ha funzionato.

‹‹La parte dei buoni, in questa inchiesta, la fa la procura. Invece non ho un messaggio positivo dai due che non hanno ceduto. Perché alla fine non hanno denunciato. E secondo me da questa inchiesta non ne esce pulito uno››.

C’è una prossimità diretta, in particolare del carabiniere Montella, con la ’ndrangheta, e nell’agire degli arrestati si riconoscono le modalità mafiose, la violenza e l’omertà?

‹‹Sì, in Montella ci sono tutti gli elementi. Ma non è solo questo, è l’atteggiamento di comandare in maniera perversa un territorio ‘sacro’ come lo doveva essere una caserma, un modus ancora più odioso ai miei occhi, perché tra un mafioso e chi indossa una divisa la differenza dovrebbe essere abissale. La colpa è indicibile per chi rappresenta lo Stato. A me fa più orrore una persona che ha prestato un giuramento e poi passa dall’altra parte, rispetto a chi nel sistema marcio è nato. Il carabiniere Montella vantava un consenso che lo ha ammantato di quest’aura di intoccabilità di brav’uomo e sotto queste mentite spoglie è riuscito a fare tutto il resto. Quando dico “La caserma è stata sequestrata come la villa di un boss”, voglio proprio evocare un comportamento che non ha nulla di giuridico però è esattamente così che oggi la mafia e i suoi scagnozzi si comportano: fanno rete e sono indistinguibili uno dall’altro››.