Così i Casalesi di Eraclea hanno conquistato il litorale veneto

Così i Casalesi di Eraclea hanno conquistato il litorale veneto

«Questa operazione per la prima volta ha accertato la presenza della criminalità organizzata strutturata nel territorio veneto, profondamente penetrata nel settore economico e bancario», a pronunciare queste parole è stato il procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi il 19 febbraio 2019 dopo l’operazione della Direzione distrettuale antimafia nella cittadina veneta di Eraclea, che ha portato a cinquanta misure cautelari, tra imprenditori, politici, mafiosi e non solo.

L’operazione “At least”

Eraclea è un comune di poco più di 12mila abitanti che si affaccia sul mar Adriatico, a pochi minuti da Venezia. Si popola d’estate perché vive di turismo, è conosciuta da chi la frequenta come un paesino tranquillo adatto per le famiglie. Nel febbraio 2019, ogni equilibrio è stato ribaltato e il volto di paese felice si è drasticamente rovesciato. Il punto di partenza è l’operazione “At least” in cui polizia e guardia di finanza,
coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia, hanno dato esecuzione a cinquanta misure di custodia cautelare per estorsione, usura, bancarotta fraudolenta, riciclaggio e auto-riciclaggio, sfruttamento della prostituzione, traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi, danneggiamenti e incendi.

Tra gli arrestati politici, imprenditori e mafiosi

Tra i nomi eccellenti di chi è finito nel mirino degli inquirenti c’era quello del primo cittadino della comunità veneta, Mirko Mestre, arrestato con l’accusa di voto di scambio nelle elezioni comunali del 2016, vinte per soli 81 voti. A capo dei “Casalesi di Eraclea” – così si facevano chiamare i sodali del gruppo criminale del litorale – c’era Luciano Donadio, il boss di Eraclea considerato, insieme a Raffaele e Antonio Buonanno, il referente del clan di Casal di Principe per il nord-est. Donadio e i suoi sarebbero stati capaci di agire in autonomia nel territorio grazie ai rapporti con la terra natale, Casal di Principe. A ridosso dell’operazione del 2019 il procuratore Cerchi ha, infatti, sottolineato che dalle indagini era emersa per la prima volta in Veneto «la presenza da anni di una cosca, che, facendo riferimento al clan dei Casalesi, si era organizzata autonomamente». Scorrendo la lista dei nomi convolti compaiono anche il direttore di banca Denis Poles e Graziano Teso, ex primo cittadino di Eraclea, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per essere legato al clan.


Il mondo dell’edilizia e le indagini iniziate nel 1996

Le indagini a carico del “gruppo veneto” dei Casalesi prendono il via nel 1996 e si concentrano nel settore dell’edilizia dell’intero litorale adriatico. Non solo Eraclea, ma anche Jesolo, Caorle, Bibione. Il clan guidato da Luciano Donadio poteva contare, secondo le indagini, su un’ampia e capillare rete composta da avvocati, imprenditori e politici, che riusciva a infiltrarsi nel tessuto economico-sociale del territorio con i metodi dell’estorsione o proponendosi come mediatori di controversie.

Le sentenze ribaltate

Se nell’aprile 2023, nel primo stralcio del “maxi processo di Eraclea” – celebrato con rito abbreviato – la Corte di cassazione aveva confermato l’associazione per delinquere di stampo mafioso per alcuni dei “Casalesi di Eraclea”, qualche mese più tardi, nel giugno 2023, nell’ambito del processo con rito ordinario per i restanti imputati, la stessa Corte esclude, invece, l’associazione mafiosa, applicandola solo
per alcuni singoli capi d’accusa.

Le motivazioni

Nelle motivazioni della sentenza dell’aprile 2023 relativa al processo con rito abbreviato si legge che ad Eraclea e dintorni esiste «un’associazione a delinquere di stampo mafioso dedita a una vasta serie di reati e fiancheggiata da esponenti del mondo politico, bancario e istituzionale, nella quale Luciano Donadio rivestiva un ruolo di primazia in ragione della sua caratura criminale». «Il processo – è riportato tra le righe – ha svelato un vero e proprio “sistema di potere” finalizzato ad esercitare un controllo pervasivo del territorio, attraverso l’infiltrazione nei centri di potere economico, imprenditoriale e politico». Inoltre emerge, sempre dalle motivazioni, che il gruppo criminale cappeggiato da Luciano Donadio non solo si è posto come alternativa allo Stato facendo da regolatore di controversie, ma si è anche imposto nelle istituzioni democratiche favorendo il sindaco Mestre. In conclusione, la Corte, in questa prima fase, mette nero su bianco che «vada riconosciuto il reato 416 bis in presenza di un’articolazione territoriale di una mafia storica (nella specie, la delocalizzazione del clan dei Casalesi) allorché essa, per effetto del collegamento organico-funzionale con la casa madre, si avvalga di una forza intimidatrice intrinseca nell’ostentazione di una vera e propria fama criminale ereditata dalla casa- madre».