Mettere in discussione tutto un sistema. Ribellarsi. Questo ha fatto un medico, Amedeo Damiano, denunciando i baroni che spadroneggiavano nell’ospedale in cui lavorava. Per questo, il 24 marzo 1987, due persone lo gambizzarono nell’androne di casa. Per questo morirà dopo 100 giorni di agonia. Ricostruire la sua storia significa leggere l’arrivo delle mafie e – soprattutto – del sistema e delle modalità mafiose, molto più pervasive e che non conoscono latitudine, anche nella profonda provincia piemontese. Siamo infatti a Saluzzo (Cuneo) dove è nato anche l’attore Christian La Rosa, che porta in scena la storia del dottor Damiano in “Senza motivo apparente” spettacolo teatrale scritto dal giovane drammaturgo Chicco Dossi, dove Damiano diventa il Dottor A, perché, come per le mafie, cambiano i nomi e i volti, ma la criminalità organizzata è soprattutto un modo di agire. Ne abbiamo parlato col protagonista e l’autore.


Quale è il senso di questo testo?
‹‹Prima di tutto parla di omertà: una parola che non ha una traduzione esatta in altre lingue, perché è il silenzio specifico davanti a un certo tipo di potenze, un clima di violenza minacciata, ma anche solo percepita. Un atteggiamento tanto sfuggente che però riesce a penetrare in maniera profonda e sottile nella nostra vita. E difatti l’omicidio del dottor A, persona che apparentemente con la mafia non aveva mai avuto nulla a che fare, se non a sua insaputa, dietro aveva un atteggiamento mafioso. Anche se processualmente venne bollato come rapina finita male. E poi spuntò anche la ‘ndrangheta: emerse che gli esecutori dell’omicidio erano legati al clan Belfiore di Torino››.
Le mafie riescono a radicarsi così profondamente in una città, al punto che diventa difficile immaginare un luogo senza di esse. Anche Salluzzo, che raccontate, sembra essere un esempio di questo fenomeno, in cui zone che pensavamo intoccate dalla mafia si rivelano invece coinvolte. Qual è la tua opinione a riguardo?
‹‹Il silenzio è un’altra difficoltà nell’individuare l’atteggiamento mafioso, che ha sempre a che fare con l’utilità. Alla base ci sono abusi di potere che conosciamo bene: le visite pagate, gli aborti a pagamento, le mazzette per saltare la fila, atteggiamenti che tutti noi tendiamo a minimizzare. Se siamo abituati ad accettare questi comportamenti saremo poi abituati a tollerare sempre di più. E nel momento in cui il dottor A di turno viene ammazzato forse ci ritroveremo a pensare che stava incrinando un sistema che, nonostante fosse marcio, in qualche modo funzionava››.
Come si è reso conto di stare dentro a questo sistema e come cambia lo sguardo sulla realtà?
‹‹Mi sono sempre ripromesso che avrei cercato di non parlare di mafia; invece, ho scritto di questo e dell’arresto del conduttore Enzo Tortora. Accusato falsamente di essere un mafioso da alcuni pentiti. Un caso che scaturisce da una sorta di patteggiamento tra lo Stato e la criminalità organizzata. Penso che la questione delle mafie sia talmente radicata nella nostra cultura che diventa quasi impossibile fare un discorso civile senza parlarne. È il tema alla cui base stanno, a catena, molti altri del nostro sistema giudiziario, sanitario e della visione che abbiamo del nostro paese››.
Come si possono raccontare queste storie?
‹‹Si deve tentare di rifuggire un’immagine accattivante della mafia, un’eccessiva spettacolarizzazione dell’estetica dei mafiosi che diventa cool. E poi, anziché puntare il dito, sarebbe il caso di chiederci se ci trovassimo nei panni di chi vive a Saluzzo, sa che ci sono infiltrazioni mafiose nella discoteca, che il direttore sanitario dell’ospedale ha dei rapporti poco chiari, è stato condannato per abuso d’ufficio, e si chiede: parlo e collaboro oppure, in nome dell’unità della mia comunità e del mio tornaconto decido di stare zitto? Queste persone sono meno peggio di chi questi crimini li compie? Ci sono responsabilità personali che bisogna assumersi, non è sufficiente essere all’interno del sistema e ribellarsi come ha fatto il Dottor A., perché restando all’interno di del sistema e giocando con le sue regole è stato sbranato: ha deciso di non collaborare con le autorità perché “i panni sporchi si lavano in casa”. Disse: “Quando uscirò da questo letto metterò io le cose a posto”, e questo è un atteggiamento omertoso figlio di quella provincia, il Dottor A è una persona perfettamente integrata nel lavoro e nella sua comunità. Di certo è una vittima, ma non abbiamo voluto farne un santino e questo ci ha permesso di andare a scavare anche nelle ombre, nelle sfumature che rendono questa storia e le sue tematiche molto molto più complesse di quello che sembra››.
E le dinamiche dell’abuso di potere rimangono nascoste?
‹‹Il potere si autoprotegge: ogni atteggiamento mafioso è un esercizio di potere e deve intercettare con la sua forza quanti più poteri possibili: economico, sanitario, politico. Io non credo che il collega che lo spettacolo adombra come mandante dell’omicidio fosse un mafioso nell’immagine manichea di buoni contro cattivi, ma aveva interesse ad avere come braccio armato un manipolo di mafiosi come il fascismo utilizzava una parte degli industriali: tutta la gerarchia agiva nel nell’ombra per interessi personali, e decide di legarsi alla mafia torinese. Ma l’atteggiamento mafioso è comune, è difficile intercettarlo e riconoscerlo come tale››.
La storia del dottor A inizia nella Milano delle stragi: c’è un legame?
‹‹L’utilizzo della violenza a scopo dimostrativo, per lanciare un segnale lo è. Così la mafia uccide vittime mirate per lanciare un segnale. La storia è sempre qualcosa di postumo che ricostruiamo male. Il dottor A scappa da Milano perché dopo piazza Fontana sente che stanno cominciando anni difficili, qualcosa di più grande. Vuole andare dove queste cose non accadono e invece accadono ugualmente, non necessariamente in luoghi determinati. Sembra esserci un destino che lo segue. Ma sono sempre dinamiche umane››.
Ci siamo abituati alle collusioni?
‹‹Questo tipo di atteggiamento fa tanta presa sulle comunità per la condivisione di certi valori che sotto la lente mafiosa vengono fraintesi ma che in realtà sono condivisi: il rispetto, l’onore,… certo, si può riflettere sulla, loro tossicità, ma anche sull’idea di comunità per salvaguardare la quale si può chiudere un occhio. E in quelle piccole ci sono regole non scritte, come “i panni sporchi si lavano in casa”, principio declinato come una questione di buon senso. Un monito a non denunciare, che può servire a tamponare certe esplosioni, d’altro canto diventa un invito a risolvere le questioni internamente››.
“Ogni provincia è eccezionale nel suo essere identica a tutte le altre” si dice nello spettacolo. Mi spieghi meglio?
‹‹Alcuni atteggiamenti sono replicabili all’infinito quasi spontaneamente, soprattutto se viene meno l’intervento statale. A volte le buone prassi si scontrano con radicate abitudini sbagliate. Così, anche all’ospedale di Saluzzo, nell’assenza di sorveglianza c’è stato lo spazio perché qualcuno facesse i suoi interessi››.
Come avete lavorato sulla scrittura?
‹‹Partendo dai dati storici, bisognava inserirli in una narrativa, fare emergere il motivo per cui la raccontiamo. Doveva scaturire una riflessione universale, e qui è proprio il concetto di omertà. Per questo, drammaturgicamente l’ho strutturata come una storia riraccontata ogni volta, che sembra arrivare a un punto e torna indietro, regredisce e ricomincia da capo per poi raccontare un pezzo in più fino al momento in cui la storia viene raccontata fino alla fine. Lì si rompe la finzione drammaturgica e arriva il teatro di narrazione, le indagini e gli avvenimenti. Ho usato la musicalità delle parole per dare un ritmo, lento come quello della provincia, ma scandito, in cui l’eccezionalità si nota. La vita risuona con i della discoteca, suoni tellurici che diventano poi gli spari, un crescendo acustico che riproduce un martellamento››.
Quanto è utile il teatro per dar voce a queste storie?
‹‹Il teatro è sempre un atto politico, c’è sempre una presa di posizione, e poi consente la condivisione di una storia. Non abbiamo la pretesa di raccontare in modo esauriente una vicenda molto complessa a livello di cronaca, ma di risvegliare l’interesse per queste storie che sono molte di più. Il teatro è utile per consegnarla e farla rimanere››.
Il testo ci fa riflettere anche sulla nostra disponibilità a mettere crisi un sistema nel momento in cui lo riconosciamo come pericoloso.
‹‹Il punto è quanta mafia vogliamo accettare nella nostra vita, consapevoli che più mafia accettiamo più saremo disposti ad accettarla, perché ogni piccola comunità è fondata sul compromesso, come ogni contratto sociale. Ogni Stato deve tollerare un certo grado di arbitrio, noi non ci muoviamo come autonomi (nel) nel sistema politico e sociale. Il libero arbitrio può sfociare in un atteggiamento mafioso. Si può non accettare affatto e vivere in una società senza mafia? Io spero proprio di sì››.
Questa storia vi ha messi di fronte all’esigenza di tenere insieme realtà e fantasia
‹‹Il dottor A e i suoi familiari sono sabaudi, stereotipicamente molto riservati. Quel che sappiamo del dottor A è limitato e per universalizzarlo mi è piaciuto raccontare il dottore e sua moglie Gisella, un po’ fantasmi o archetipi, persone senza volto che potremmo essere tutti noi. Per questo hanno nomi di finzione. La storia è vera, però i protagonisti potremmo essere tutti noi. Siamo partiti dal libro di Sergio Anelli “Omicidio in danno del dottor A”, e abbiamo mantenuto questa formula perché ci piaceva l’idea di rendere questa figura, non dico inafferrabile, ma sicuramente più universale: diventa un modo per riconoscersi. Togliere un’identità diventa un modo per rafforzarla, tutti potremmo avere vissuto al fianco di un dottor A, potremmo essere stati noi il dottor A, aver incontrato o esserci opposti a persone come un dottor A.
Christian, a Saluzzo sei cresciuto. Hai avvertito l’esistenza di un sistema para mafioso?
‹‹Non te ne accorgi. Bisogna avere una prospettiva diversa, una distanza che diventa anche una distanza critica››.
Perché hai scelto di raccontarlo?
‹‹Quando le cose ti accadono vicine, senti che quei luoghi fanno parte del tuo percorso come hanno fatto parte della tua vita quotidiana, e poi perché è una storia che il tempo ha contribuito a nascondere. Era la volontà di alzare il tappeto, mostrare che sotto c’è qualcosa. Non per condannare in assoluto la provincia ma se c’è qualcosa che non va bisogna raccontarlo. Specialmente in un momento come questo. Poi si parla di malasanità, di gestione baronale della sanità. È bene ribadire la voce del Dottor A e portarla fuori da casa sua, farla diventare una storia italiana, come tante ce ne sono ancora da scoprire. E poi ero curioso di capire cosa fosse successo veramente››.
Qual è l’eredità del dottor A?
‹‹Ha fatto quello che doveva. Siamo abituati a giustificare i piccoli atteggiamenti di rottura delle regole perché si è sempre fatto. Il gesto del dottore dice: adesso dobbiamo cambiare. A chi gli chiedeva cosa lo spingesse a combattere contro le mafie il giudice Falcone rispose: “Lo spirito di servizio: è il mio lavoro”. Il dottor A non vuole colpire qualcuno in particolare, vuole applicare le leggi che regolano la sua professione perché è una persona corretta e sente di doverlo fare. Una scelta molto semplice che però va a sovvertire un sistema che aveva leggi non scritte. E crea un terremoto››.